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La scuola di politica e la necessità di far partecipare i cittadini alla gestione del bene comune

Non dobbiamo avere paura delle parole, non sarà per la parola “coordinamento” o per la parola “scuola” che diventeremo un partito, perché in realtà siamo già una pars ma quella parte buona del paese che ci sta mettendo anima e corpo per cambiare la situazione. La parola partito in Italia ha assunto un’altra connotazione, cioè la difesa di una parte a sfavore di un’altra e questo, certamente, non lo diventeremo mai.

Però la necessità di passare quello che noi eletti abbiamo imparato in questi anni nelle istituzioni è una fase fondamentale del coinvolgimento dei cittadini e il passo successivo è l’impegno nelle istituzioni.

Non puoi cambiare un sistema che non conosci, così come non puoi solo fermarti alla critica senza proporre un’alternativa.

In questi tre anni di lavoro in Circoscrizione e in Comune ho compreso come fosse fondamentale la conoscenza del complesso apparato amministrativo, cosa fosse un’Interpellanza, un Ordine del Giorno e una Mozione di impegno, come si facesse a far cadere il numero legale per non passare un documento e avere il tempo di ridiscuterlo, come rapportarsi con gli altri consiglieri .

Ci ho messo sei mesi per comprendere bene come funzionava il sistema dei contributi e dei pareri, sei mesi che per prossimi consiglieri 5 Stelle vorrei non fossero più necessari.

Mi sono sentita davvero una cittadina attiva quando sono stata messa a parte dei fatti reali che accadevano in città.

I giornali e la televisione ti danno un quadro falsato della realtà, solo la partecipazione ti rende pienamente consapevole e in qualche modo libero.

Il lavoro che propongo ai Consiglieri di Circoscrizione, ai nostri Consiglieri Comunali, Regionali e ai Parlamentari e di rendersi inutili, cioè passare tutto il loro bagaglio di informazioni e formazione per crescere un vivaio di nuovi giovani cittadini capaci e motivati. Non potremo cambiare le cose se non avremo i numeri per farlo, così come non potremmo permetterci dei dilettanti in un momento così grave per il nostro paese.

Non si tratta di educare nessuno ma di aumentare la partecipazione cosiddetta dal “basso” con rappresentanti preparati e supportati dai gruppi di lavoro tematici.

E’ finito il tempo delle faccine buone e timide, e della delega a Beppe sull’urlo nella piazza, impariamo accanto a chi sta lavorando in questo momento nelle istituzioni a urlare attraverso gli atti amministrativi, le petizioni e le leggi.

La” scuola di politica” non è una parolaccia ma una necessità reale per superare quel sistema di delegava durato troppi anni che ci escludeva con tanta facilità dalla gestione del bene comune.