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Appunti di viaggio Ungheria ritorno alla povertà

Torno ora da un piccolo viaggio in Ungheria, che mi ha portato a viaggiare per 2300 km, passando attraverso Slovenia e Croazia. E’ la seconda volta che vado in Ungheria “imbucandomi”, in un viaggio di lavoro di mio marito.

Ci capitai per la prima volta circa 10 anni fà, molti europei, ma anche italiani avevano investito in quel paese dal passato glorioso, vi dice nulla l’impero Austro -Ungarico, acquistando milioni di metri quadrati dal Governo ungherese grazie alla politica post- comunista della privatizzazione.

Erano stati allettati dalla terra fertilissima. dal parco macchine agricole che veniva ceduto insieme ai terreni e dalla laboriosità tutta magiara, dei fieri discendenti di Attila.

Mio marito andava a valutare proprio una proprietà acquistata da una cordata di investitori italiani che non avevano ottenuto, forse a causa del clima, il risultato economico sperato.

Ho visto allora un paese in pieno lancio, con grandi autostrade in costruzione, cantieri ovunque, ipermercati grandi come i nostri, dove le persone uscivano con 4-5 oggetti in fondo all’enorme carrello.

Si tentava di dare una parvenza di modernità a un paese stanco dell’oppressione sovietica che aveva imposto lo studio della lingua russa nelle scuole e il quasi completo isolamento della nazione, chiusa nel Patto di Varsavia.

Vicino a grandi automobili europee si vedevano le scoppiettanti Trabant dai colori crema e azzurro carta da zucchero.

Gli ungheresi, grandi ingegneri al pari dei tedeschi, persone estremamente affidabili, tentavano di imparare la nostra lingua fieri delle loro tradizioni, di un riscoperto passato da Impero ricostruibile attraverso i monumenti e i sontuosi palazzi, solo impolverati dal tempo, fieri della loro lingua , l’ugro finnico, impossibile da imparare, senza assonanze con qualsiasi lingua europea.

Ora a distanza di anni, rivedo l’Ungheria e lo spettacolo è desolante, le grandi infrastrutture non sono state terminate, le autostrade sono monconi e risultano deserte, il trasporto su rotaia pressoché inesistente, stessa solitudine per gli ipermercati, vere cattedrali nel deserto. Le nuove case non sono state terminate e, già abitate senza intonaco nè finiture, sembrano un coniglio senza pelliccia, qua e là rispuntano i carri trainati dai cavalli, quelli che usavamo anche in Piemonte all’inizio del secolo.

Le Trabant arrugginite nel piccolo cortile delle case in campagna, e tante persone in bicicletta sotto la neve.

Quello che più colpisce sono le grandi estensioni di terra , di questa bellissima terra nera, la Puzta, ora con i cartelli delle grandi multinazionali americane. Non visito la capitale, come dicevo è un viaggio di lavoro e poi le capitali sono una vetrina e sono sempre belle.

Torno a casa egoisticamente molto felice di essere nata in Italia ma con il dubbio che, se non saremo capaci di difenderci dall’attacco della finanza globale , quello che abbiamo finiremo per perderlo.